Scopri la Resistenza partigiana in Valtellina nel 1945: storie, luoghi e protagonisti della lotta contro il nazifascismo negli ultimi mesi della Seconda guerra mondiale.
La Valtellina nell’Ottocento: idee, battaglie e protagonisti del Risorgimento come Maurizio Quadrio e Antonio Pievani, tra patriottismo e lotta per l’unità d’Italia.
Un viaggio nel 1620 tra tensioni religiose e politiche che portarono alla Rivoluzione Valtellinese, evento che segnò profondamente la storia della valle.
Scopri la Resistenza partigiana in Valtellina nel 1945: storie, luoghi e protagonisti della lotta contro il nazifascismo negli ultimi mesi della Seconda guerra mondiale.
Tra il 27 e il 28 aprile 1945, Tirano fu liberata dai partigiani locali, in contemporanea con la cattura e la fucilazione di Mussolini. I combattenti affrontarono forze nazifasciste superiori per numero e armamento, assediando caserme e presidi militari, fino alla resa dei repubblichini.
Questo percorso urbano, frutto della ricerca storica degli studenti del Liceo Scientifico “B. Pinchetti” in collaborazione con A.N.P.I. e Issrec, offre una testimonianza viva del coraggio e del sacrificio dei partigiani e dei civili, raccontando la storia locale della Resistenza e il suo legame con gli eventi nazionali ed europei. Attraverso le strade, le piazze e i monumenti di Tirano, il percorso invita a ricordare e comprendere il valore della libertà, della democrazia e della memoria storica.
L'edificio, non più esistente, sorgeva sull'attuale passaggio tra Piazza Cavour (allora Piazza del Mercato) e Piazzetta Lantieri. Al pian terreno ospitava il Teatro comunale, agli altri piani stavano i Carabinieri che, alla costituzione della R.S.I., lasciarono il posto alla G.N.R., arma che svolgeva compiti di polizia interna e militare. Compresa la caccia agli ebrei: nell'autunno '43, in effetti, la locale compagnia della G.N.R. ne aveva intercettati e arrestati quarantadue, giunti a Tirano, di solito dalle città della pianura, nella speranza di salvarsi oltre confine.
Il 28 aprile '45 la caserma venne circondata e attaccata dai partigiani, ma, ancora a pomeriggio inoltrato, le guardie, alcune decine, si difendevano con successo. Allora due o tre assedianti, saliti in cima al Palazzo Comunale (a sinistra della caserma), lanciarono ordigni incendiari che, in breve, appic-
Peraltro, dopo forse una mezzora, anch'essi consegnarono le armi.
Carlo Fumagalli, nato a Tirano nel 1925, fu un partigiano che preferiva definirsi “ribelle”. Dopo aver combattuto nel Piemonte nord-occidentale e essere stato ferito in uno scontro a fuoco, tornò in Valtellina dove nell’estate del 1944 fondò la brigata autonoma “Gufi”, insieme al fratello Bruno e ad altri giovani della zona tra Villa di Tirano e Grosio.
Nei primi mesi il gruppo si concentrò soprattutto nel procurarsi armi e viveri, recuperandoli con azioni contro presidi nazifascisti o grazie all’accordo con i contrabbandieri della zona di confine. I “Gufi”, pur entrando nella Divisione Alpina Valtellina, mantennero una certa autonomia e cercarono inizialmente di limitare le violenze per evitare rappresaglie sulla popolazione.
La situazione cambiò dopo il 3 febbraio 1945, quando cinque partigiani della brigata furono catturati e uccisi dai repubblichini della Tagliamento nell’episodio noto come eccidio di Vervio.
I “Gufi” ebbero poi un ruolo importante nella Battaglia di Tirano del 28 aprile 1945, partecipando agli attacchi contro alcuni punti strategici della città. Nella casa di Carlo Fumagalli, in via XX Settembre, si svolsero anche le trattative per la resa dei miliziani francesi che combattevano con i nazifascisti.
Nella notte tra il 27 e il 28 aprile 1945, alcuni partigiani della formazione “Tredici” della Val Grosina entrarono a Tirano e, guidati dal comandante cittadino delle S.A.P. Quirino Della Vedova, presero posizione sul campanile della chiesa di San Martino. Qui installarono un mitragliatore ed esposero una bandiera per segnalare la loro presenza ai mortaisti partigiani posizionati tra Sernio e Cologna.
All’alba iniziarono a sparare verso la Caserma Torelli, occupata dai miliziani francesi filonazifascisti, e contro altri bersagli nemici. Durante lo scontro il campanile fu colpito da una raffica che provocò schegge e ferì leggermente due partigiani, mentre il mitragliatore si inceppò.
Dopo la riparazione dell’arma, altri combattenti salirono sul campanile e continuarono l’azione. Nel tardo pomeriggio i partigiani parteciparono alla resa della G.N.R. in Piazza Cavour, contribuendo alla liberazione della città.
In questa casa viveva la famiglia Solci. Tommaso Solci, originario di Mantova ed ex alpino del Battaglione Tirano nella Prima guerra mondiale, fu membro del CLN provinciale. Insieme alla moglie Emilia Lantieri aiutò attivamente perseguitati e antifascisti; per questo impegno Emilia ricevette una medaglia d’oro dalla Comunità ebraica di Mantova.
Il figlio Giorgio Solci, quindicenne, entrò nella brigata partigiana dei “Gufi” nell’inverno 1944-1945. Il 3 febbraio 1945 fu catturato a Rogorbello (Vervio) durante un rastrellamento dei repubblichini della Tagliamento, reso possibile dalla delazione di un’ausiliaria fascista. Cinque partigiani furono fucilati, mentre Giorgio, molto giovane, si salvò grazie alle suppliche dei compagni. Deportato verso un campo di prigionia nazista, riuscì però a fuggire durante il trasferimento.
Poco più avanti, al civico 13 di via Torelli, viveva anche Bruna Lorandi, giovane antifascista che collaborava con il CLN e offriva aiuto e rifugio ai patrioti in difficoltà.
La Torre Torelli, costruita nella seconda metà dell’Ottocento dal conte Luigi Torelli in stile medievale ghibellino, fu utilizzata nelle ultime settimane della Seconda guerra mondiale come caserma per militi della Brigata Nera “Garibaldi”, impegnati nei rastrellamenti legati al progetto del Ridotto Alpino.
Il 28 aprile 1945, durante la Battaglia di Tirano, la torre fu attaccata dai partigiani che sparavano dalle case vicine e dalle postazioni in montagna; sulla facciata sono ancora visibili numerosi fori di proiettile. Nel corso degli scontri venne anche fermato un piccolo carro armato fascista grazie a un bazooka dei partigiani.
Nella stessa giornata fu uccisa nei pressi della torre un’ausiliaria fascista riconosciuta come la delatrice responsabile della cattura di alcuni partigiani dei “Gufi” nel febbraio 1945. I militi della torre si arresero verso sera, dopo che il comandante dei “Gufi” garantì la loro incolumità, arrivando a passare la notte nella torre stessa.
Al primo piano abitavano Balilla Pinchetti (1889-1973) e la moglie Alma Patroni (1895-1971), esponenti di un antifascismo attivo che li vide opporsi personalmente al regime e subirne le conseguenze. Alma fu processata per ingiurie al Duce nel 1926 e più volte definita provocatrice dal Popolo Valtellinese.
Dopo il 25 luglio 1943, Balilla partecipò al gruppo di Casa Ponti a Sondrio, impegnato nella ricostruzione democratica, mentre la coppia trovò rifugio in Svizzera per sfuggire a persecuzioni. Tornati al termine della guerra, Pinchetti guidò la lista di unione democratica vincente nelle elezioni comunali del 1946 e, dal 1949 al 1951, ricoprì la carica di sindaco di Tirano.
Oltre all’impegno politico, Pinchetti si distinse per la cultura: latinista di talento, tradusse importanti classici latini e fu poeta e critico letterario. In suo onore, le scuole secondarie di Tirano portano il suo nome.
All’alba del 28 aprile 1945, alcuni partigiani dei “Gufi” salirono dal “Castellaccio” e presero posizione al primo piano dell’Albergo Stelvio, sull’argine sinistro dell’Adda, vicino al “ponte nuovo”. Da lì controllavano i movimenti dei soldati francesi alleati dei fascisti, stanziati nella caserma degli Alpini oltre il fiume.
Verso le 6 i partigiani aprirono il fuoco, e i francesi risposero subito; alcuni colpi di un piccolo cannone danneggiarono la facciata dell’albergo. Lo scontro, alternato tra raffiche e pause, durò tutta la giornata, con il supporto dei mortaisti guidati da William “Willy” Marconi da una postazione a distanza.
La battaglia terminò nel tardo pomeriggio con la resa dei miliziani francesi, contribuendo alla liberazione della città (cfr. “Caserma Torelli”).
Verso il 14 aprile 1945, la milizia francese filofascista, composta da circa 700 uomini (inclusi 100 SS italiani) agli ordini di Aimé-Joseph Darnand, si stabilì nella Caserma Torelli del Battaglione Tirano.
Il 28 aprile, dalle 6 del mattino, la caserma fu praticamente assediata dai partigiani, sottoposta a fuoco continuo. I comandanti dei “Gufi” e della “Mortiròlo” intimarono più volte la resa, minacciando sanzioni, ma l’obiettivo era concludere lo scontro senza spargimento di sangue.
Solo nel pomeriggio i francesi chiesero trattative. L’incontro avvenne nella Casa Fumagalli, per la presenza di cecchini fascisti sui tetti. I partigiani, guidati da Carlo Fumagalli e Giuseppe Motta, concessero ai miliziani l’onore delle armi: uscendo in tre per volta, deponevano le armi davanti ai cittadini, sul cassone di un autocarro.
I francesi rimasero a Tirano come semi-prigionieri fino a metà maggio, quando furono trasferiti in altri campi di detenzione.
Nell’attuale scuola primaria, all’epoca scuola elementare, erano asserragliati oltre duecento militi delle Brigate Nere “Gatti” (Sondrio), “Resega” (Milano) e “Manganiello” (Firenze), formazioni paramilitari istituite nel giugno 1944 e comandate da Alessandro Pavolini, iscritte al Partito Fascista Repubblicano. Secondo lo storico Angelo Del Boca, le B.N. rappresentavano «la massima espressione dell’odio e della faziosità».
Nel tardo pomeriggio del 28 aprile 1945, i partigiani Giuseppe Motta (“Camillo”), Carlo Fumagalli e il capitano statunitense Vic Giannino si recarono alla scuola per ufficializzare la resa. I fascisti, impossibilitati a fuggire perché l’uscita posteriore era controllata dai “Gufi” di Baruffini guidati da Renzo Bana, chiesero garanzie prima di deporre le armi. La conferma della fucilazione di Mussolini li convinse definitivamente ad arrendersi. Le armi furono raccolte nel cortile della scuola, segnando la fine dello scontro.
Fino agli anni ’70, al civico 24 sorgeva il Gran Hotel Tirano, edificio in stile liberty del primo ’900 circondato da un grande parco. Dal settembre 1943 vi alloggiarono 30-40 soldati tedeschi del Terzo Reich, che però rimasero inattivi durante la Battaglia di Tirano e attraversarono il confine svizzero nella notte tra il 27 e il 28 aprile 1945.
Di fronte, all’attuale civico 53, si trovava l’Albergo Petrogalli, sede della mensa fascista, dove lavoravano alcune ausiliarie. Una giovane fu uccisa il 28 aprile per il ruolo nella delazione che aveva favorito l’eccidio di Vervio del 3 febbraio 1945 (cfr. “Torre Torelli”).
Pochi giorni dopo la vittoria partigiana, nell’Hotel Tirano si svolse la festa di commiato dei “Gufi”, un momento insieme allegro e triste. Il capo Carlo Fumagalli esortò i compagni a non dimenticare il forte legame creatosi durante i duri mesi di lotta sulle montagne.
Costruita nel 1849 da Giuseppe Mottana come filanda, l’edificio fu poi trasformato in caserma, ospitando durante la Repubblica Sociale Italiana la Guardia alla Frontiera. Nel dopoguerra divenne sede della Guardia di Finanza, che in precedenza era nel Palazzo San Michele in Piazza Basilica (cfr. n°13).
I finanzieri, spesso provenienti da altre regioni, non sempre erano ben visti, ma diversi di loro sostennero i partigiani e favorirono l’esodo degli ebrei verso la Svizzera, talvolta in collaborazione con la Guardia alla Frontiera. Durante i giorni della Battaglia di Tirano (27-28 aprile 1945) aiutarono apertamente la Resistenza; il 28 aprile arrestarono a Piattamala quaranta militi della Confinaria senza spargimento di sangue.
Tra i finanzieri, si distinse Claudio Sacchelli, che aiutò molti ebrei a fuggire e fu condannato a morte per questo. Il suo sacrificio è ricordato nel pannello nel piazzale a lui intitolato, a circa 120 metri dalla caserma.
Il 27 aprile 1945, una colonna fascista di oltre 1.000 uomini (compagnia “Pesaro”, confinarî, legionari e squadristi delle Brigate Nere) partì da Tirano verso Sondrio. All’imbocco di Piazza Basilica furono bloccati dai partigiani della brigata “Gufi”, appostati in montagna, che aprirono il fuoco con fucili e mitragliatrici. I repubblichini cercarono riparo in edifici vicini, tra cui il convento dei Servi di Maria, Casa Merizzi e una casa popolare.
Durante le tre ore di scontro furono sparati migliaia di colpi, ma i fascisti, nonostante la superiorità numerica e di fuoco, furono sconfitti. La colonna si ritirò verso le 15.
Il convento fu anche la residenza di Padre Camillo De Piàz (1918-2010), tiranese dell’ordine dei Servi di Maria, “partigiano di pensiero”, impegnato nella rivista clandestina L’Uomo e nell’animazione del Fronte della gioventù, formazione che formò giovani resistenti attivi in Valtellina.
Il Palazzo San Michele, edificio cinquecentesco, probabilmente servì fin dall’origine come alloggio per pellegrini e viandanti. Durante la Seconda Guerra Mondiale ospitò la Guardia di Finanza, comandata da un capitano.
Secondo Padre Ildefonso Graziotto (28 maggio 1945), i finanzieri si opposero con determinazione alle minacce dei repubblichini, evitando il 26 aprile scontri pericolosi tra militi della G.N.R. e civili o giovani partigiani. Il 28 aprile, alcune guardie arrestarono confinari a Madonna e Piattamala, liberando il territorio e permettendo l’innalzamento del tricolore su Palazzo San Michele, sul campanile e in tutte le case della piazza.
All’interno della caserma, Piero Sala della S.A.P. di Villa organizzò un posto di medicazione con l’aiuto del patriota Nello Braccaioli. Verso le 13 furono attaccati in Viale Italia: Braccaioli, gravemente ferito, morì tre giorni dopo in Svizzera.
La vicenda è commemorata in piazza: sotto l’arco settecentesco a destra del Museo, Via Ermanno Balgera è intitolata a un partigiano caduto durante la Battaglia di Tirano.
Nel 1943, ad Aprica erano presenti circa 200 ebrei croati, in gran parte di Zagabria, confinati nel comune ma liberi di muoversi al suo interno. Con l’avanzata dei nazisti dopo l’Armistizio dell’8 settembre, fu necessario organizzare la fuga verso la Svizzera.
Il parroco di Motta, don Giuseppe Carozzi, guidò gran parte dei profughi tra il 10 e l’11 settembre, facendo percorrere mulattiere storiche e sentieri ripidi (“Zapèi d’Avrìga”) fino alla Bratta sopra Bianzone, dove don Cirillo Vitalini li affidò ai finanzieri. Il 12 settembre a Campocológno (Canton Grigioni) furono registrati 125 ebrei; nell’anno 1943 si salvarono complessivamente 219 persone.
Numerosi cittadini e ufficiali locali aiutarono i fuggiaschi, tra cui il carabiniere Bruno Pilat e il finanziere Leonardo Marinelli. I profughi e altri soldati “sbandati” attraversarono diversi percorsi verso la Svizzera, ma non tutti raggiunsero la salvezza: alcuni caddero lungo sentieri impervi o furono vittime di passatori senza scrupoli.
Il 27 aprile 1945, una colonna di circa 1.000 fascisti, supportata da un carro armato, fu bloccata a pochi passi da Piazza Basilica dai partigiani della Squadra di Azione Patriottica (S.A.P.) dei “Gufi” di Villa di Tirano.
Il gruppo guidato da Diego Bianchi (sei o sette uomini) aveva il compito di sorvegliare il traffico proveniente da Sondrio e coprire il lungo viale cittadino. Tra loro era presente un soldato russo esperto nell’uso della mitragliatrice MG 42, che si distinse durante gli scontri.
I repubblichini risposero con fuoco intenso e colpi di mortaio, ma non riuscirono a sfondare: la battaglia durò più di tre ore, fino all’ordine di ritirata del comandante fascista. Il 28 aprile la squadra rimase in posizione, pronta a fermare eventuali nuovi attacchi, ma gli scontri si limitarono all’abitato.
Il risultato evidenzia lo straordinario successo militare: pochi partigiani riuscirono a respingere mille soldati addestrati e ben armati.
La Valtellina nell’Ottocento: idee, battaglie e protagonisti del Risorgimento come Maurizio Quadrio e Antonio Pievani, tra patriottismo e lotta per l’unità d’Italia.
Tirano non fu una semplice spettatrice del Risorgimento, ma un crocevia infuocato e determinante. Grazie alla sua posizione strategica vicinissima alla Svizzera (dove si rifugiavano i patrioti esuli dopo le repressioni del '48), divenne il centro nevralgico dei collegamenti tra i moti milanesi e le reti cospirative. L'Austria non sottovalutò affatto questo delicato fattore geografico sulla grande strada dello Stelvio e vi mantenne sempre un forte e oppressivo presidio militare, che tuttavia non riuscì a spegnere il fervore patriottico. L'anelito di libertà, infatti, non contagiava solo la nobiltà illuminata, ma innervava profondamente anche il popolo valtellinese.
Dominata dalla sua caratteristica fontana ottagonale in pietra e dall'imponente Palazzo Parravicini, questa piazza segna il compimento amministrativo del sogno patriottico. Fatta l'Italia, e cacciati definitivamente gli Austriaci, fu proprio tra le mura di questo Palazzo che venne solennemente convocato e tenuto il primissimo consiglio comunale della nuova amministrazione tiranese. È il punto zero della moderna vita democratica cittadina.
Muovendoci verso il centro storico, in prossimità della Collegiata di San Martino (esattamente tra Via XX Settembre e Via Torelli), incontriamo il maestoso Palazzo Merizzi. Costruito alla fine del XVII secolo, con il suo cortile a portici e logge, esso rappresenta la dimora storica di una famiglia che diede un contributo essenziale, anche finanziario, all'Unità d'Italia. Quando fu indetta la "sottoscrizione per un milione di fucili" da offrire a Garibaldi, Tirano rispose con prontezza: tra i maggiori offerenti figurarono Antonio Merizzi (che era stato un brillante ufficiale napoleonico) e il figlio Carlo Giacomo. In questo ramo della famiglia rifulge anche la figura di un altro Giacomo Merizzi, un "fervente patriota" e sacerdote, che in seguito sarebbe diventato il pio e influente Arcivescovo, portando con sé gli ideali liberali anche all'interno delle gerarchie ecclesiastiche.
Addentrandoci in Via Donegani — la via più corta che ci sia a Tirano, di fatto un vicolo dedicato all'ingegnere Carlo Donegani (1775-1845), il genio che progettò la leggendaria e "primatista" strada del Passo dello Stelvio — ci troviamo di fronte all'altra anima del casato Merizzi: il Palazzo Rosso. A sinistra sorge infatti la casa dell'avvocato Giacomo Merizzi (1824-1886), figura di spicco e antitetica rispetto alla sobrietà aristocratica o clericale. Deputato per ben quattro legislature nel collegio di Tirano, cospiratore, mazziniano radicale e fervente garibaldino, questo esponente incarnava l'anima "social-comunista" e ribelle del Risorgimento locale. In aperto ed esplicito contrasto con le convenzioni, egli volle la sua dimora inequivocabilmente e provocatoriamente tinta di rosso camicia Garibaldi.
Il Palazzo Torelli fu la casa in cui maturò Luigi Torelli (1810-1887), che fin da giovanissimo denunciò la brutalità poliziesca austriaca nell'opuscolo clandestino "Pensieri di un anonimo lombardo". Il suo atto più eroico avvenne a Milano durante le gloriose Cinque Giornate del 1848: con un gesto di inaudito coraggio, si arrampicò per piantare per primo il tricolore sulla guglia più alta del Duomo. Divenne poi collaboratore fidato di Cavour, primo governatore italiano della Valtellina (1859) e Ministro dell'Agricoltura. Poco distante, in Via della Repubblica (civico 53), si erge la possente Torre Torelli. Questo severo edificio in nuda pietra non servì solo come filanda per le attività di famiglia: esso ospitò in seguito anche lo studio artistico dello scultore calabrese Salvatore Pisani (1859-1920), giovane talento che proprio Luigi Torelli prese sotto la sua ala protettrice, finanziandone gli studi a Brera e che divenne autore di innumerevoli monumenti patriottici (tra cui i busti per gli ossari di San Martino e Solferino e le formelle dedicate allo stesso Torelli).
Lungo la via, si incrociano le dimore della famiglia Visconti Venosta. I fratelli Emilio e Giovanni Visconti Venosta furono attori chiave dell'epoca. Emilio fu uno dei più audaci agitatori sulle barricate del '48; braccato dalla polizia austriaca, visse una vita movimentata fino al '59, per poi trasformarsi in uno degli uomini politici più avveduti e in un influente Ministro degli Esteri dell'Italia unita. Il fratello Giovanni, invece, ha consegnato questa epopea all'eternità: i suoi "Ricordi di gioventù" restano la fonte storiografica più sicura e vivace per la ricostruzione dei fatti risorgimentali in Valtellina.
Nella suggestiva e compatta Via Ligari, si allineano eleganti residenze storiche della borghesia e della nobiltà cittadina, come Palazzo Lambertenghi (acquisito nel 1881 dal notaio patriota Giuseppe Lambertenghi) e l'adiacente Palazzo Mazza. Queste dimore formavano il denso tessuto urbanistico e sociale che gravitava attorno alla limitrofa Piazza Salis, il vero baricentro della cospirazione d'azione. L'immenso Palazzo Salis fu la base del conte Ulisse Salis, instancabile e spericolato divulgatore degli ideali di libertà che introduceva armi e stampa sovversiva dalla Svizzera, attività che pagò con la prigionia durissima nella fortezza austriaca di Kufstein. Le cantine del palazzo nascondevano segreti inimmaginabili: per eludere le ispezioni asburgiche, il canonico don Giuseppe Salis (fratello di Ulisse) riuscì a seppellire sotto il pavimento ben 500 fucili e un cannone (quest'ultimo astutamente trasportato avvolto in un carro di letame!). Le armi rimasero nascoste fino a essere clamorosamente ritrovate solo nell'agosto del 1959. Fu in queste stesse magnifiche sale che, nel giugno 1859, i fratelli Salis ospitarono con tutti gli onori il Generale Giuseppe Garibaldi.
Spostandoci verso l'Adda, raggiungiamo il Ponte Nuovo. Alla fine di giugno del 1859, l'intera Tirano costruì qui un grandioso arco trionfale in onore dell'ingresso di Garibaldi (curiosità d'archivio: per compenso ai molti tiranesi che vi lavorarono giorno e notte fu offerta una semplice "merenda" patriottica). Da questo ponte, volgendo lo sguardo a nord, si deve richiamare alla memoria la battaglia del Ponte del Diavolo. Pur trovandosi fuori città (sulla strada verso Bormio), fu teatro dell'eroismo dei tiranesi: qui, un gruppo di volontari locali, guidati dal concittadino Antonio Lucini (già ufficiale allo Stelvio nel '48), riuscì a tenere a bada gli Austriaci dietro una grande barricata improvvisata. Per armare questi volontari, le armi di fortuna furono consegnate all'armaiolo Giacomo Bonazzi e forgiate a tempo di record dal fabbro tiranese Giovanni Ricetti.
Attraversando il viale principale, l'itinerario giunge al Santuario della Madonna di Tirano. Qui il Risorgimento assunse tinte epiche e popolari: per festeggiare la liberazione, un tricolore di proporzioni così gigantesche venne issato sulla vetta del campanile da essere visto a chilometri di distanza. Di questa bandiera immensa rimase traccia per lungo tempo nei resoconti dei consigli comunali, poiché generò un'epica e prolungata lite contabile tra il Comune e la Fabbriceria del Santuario per decidere a chi toccasse l'onere (e l'onore) del pagamento al fornitore!
Presso il cimitero cittadino si trova la tomba di Don Luigi Albonico, carismatico prevosto di Tirano per oltre cinquant'anni. Soffrì le laboriose vicende del riscatto nazionale e sulla sua lapide è scolpito un tributo indimenticabile: «Sacerdote di Dio e soldato della nuova Italia».
Antonio Pievani (nato nel 1837). Giovane dalla cultura immensa (studiò a Pavia e alla Sorbona di Parigi), partì volontario per la Spedizione dei Mille a Quarto nel 1860, distinguendosi come coraggioso luogotenente d'artiglieria (citato per il suo valore anche da Cesare Abba). Rifiutò cattedre universitarie per tornare a servire Tirano, di cui fu Sindaco encomiabile durante l'epidemia di colera. Nel 1874, con un gesto incompreso di assoluta rinuncia terrena, si spogliò di tutto per rinchiudersi nel convento dei Cappuccini a Lovere, dove morì nell'anonimato nel 1880, celando sotto il ruvido saio il cuore di uno dei più puri costruttori dell'Italia unita.
Un viaggio nel 1620 tra tensioni religiose e politiche che portarono alla Rivoluzione Valtellinese, evento che segnò profondamente la storia della valle.
Nel 1620 la Valtellina fu teatro di una sanguinosa rivolta nota come “Sacro macello”, causata dalle tensioni religiose tra cattolici e riformati, dal malgoverno locale e dall’interesse delle grandi potenze europee per i passi alpini. A Tirano si svolse la battaglia decisiva, durante la quale i ribelli valtellinesi sconfissero le truppe bernesi e zurighesi, provocando la morte del colonnello Nicolò von Mülinen e dei suoi uomini. La vittoria, seppur temporanea, divenne leggendaria e venne simbolicamente collegata alla protezione del Santuario della Madonna di Tirano e dell’arcangelo Michele.
Un episodio significativo fu anche la morte sotto tortura dell’arciprete Nicolò Rusca, rapito da un tribunale autonominato di fanatici protestanti, a testimonianza delle profonde tensioni religiose e politiche che attraversavano la valle. L’evento segnò un periodo di autonomia locale di quasi vent’anni e rimane uno dei momenti più rilevanti della storia valtellinese.
La Pretura ospitava l’abitazione del podestà e gli uffici pubblici grigioni. Tra il 1595 e il 1597 vi si svolse il processo a don Cabasso, conclusosi con una lieve ammenda. Nella notte tra il 18 e il 19 luglio 1620 l’edificio accolse il Vicario di valle Antonio Salis e il pretore di Teglio Andrea Enderlin, presenti per festeggiamenti familiari e per l’interrogatorio con tortura di Michele Federici, sospettato di collaborare con i proscritti. Il 19 luglio furono trucidati vari protestanti all’interno e all’esterno dell’edificio, e pochi giorni dopo fu giustiziato in cella anche il Pretore, mentre era sottoposto alla corda, ad opera del villasco Giacomo Torelli.
La residenza dei Venosta di Vervio fu teatro delle prime uccisioni della rivolta del 1620. Gian Sebastiano Venosta, senior della Chiesa riformata, suo figlio Marc’Antonio, dottore in legge e luogotenente di Antonio Salis, e un servo furono assassinati nonostante il tentativo di rifugiarsi presso il Capitano della Milizia cattolico Gian Giacomo Omodei.
Il cancelliere protestante Michele Lazzaroni cercò invano di convincere il pretore Capaul a resistere con le armi. Fuggì dalla Pretura e si nascose nell’Adda, mentre il cognato cattolico Maffeo Cattaneo, che lo aveva incoraggiato e forse aiutato nella fuga, fu ucciso. Dopo circa tre ore Lazzaroni fu individuato; costretto a tornare, chiese di essere risparmiato per i suoi figli piccoli, ma gli fu risposto che non era tempo di grazie. Invitato ad abiurare, rifiutò e, invocando il nome di Dio, morì. La sua abitazione fu quindi saccheggiata e incendiata.
La casa di Simone Venosta sorgeva su un’area oggi inglobata nel Palazzo Salis. Venosta fu uno dei principali leader della rivolta e diede inizio alla strage sparando i primi quattro colpi d’archibugio. Capitano e figura di rilievo nelle vicende successive, è anche ricordato per aver fatto costruire, vicino al suo palazzo, la chiesetta dedicata a san Carlo Borromeo.
La casa, collegata tramite un passaggio sotterraneo al palazzo di Simone Venosta, potrebbe essere stata percorsa dai rivoltosi durante la rivolta. Lo stemma sul portale, risalente al 1560 circa, testimonia l’alleanza tra le famiglie Venosta e Robustelli. Tra i Robustelli, il più noto fu il cavaliere Giacomo di Grosotto, capo dei ribelli valtellinesi del 1620. Giunto a Tirano nella notte, ordinò la sorveglianza delle uscite e organizzò il blocco stradale a Piattamala. Pochi giorni dopo guidò i cattolici nell’eccidio di Brùsio, in Valposchiavo, che provocò ventisette morti.
Porta Bormina era una delle quattro porte d’ingresso alla città murata. Non è documentato che i congiurati siano passati da qui, probabilmente preferirono costeggiare l’Adda sulla destra idrografica. L’11 settembre 1620 quest’area fu teatro di scontri: Grigioni e Svizzeri tentarono di forzare l’entrata, ma furono respinti dai Valtellinesi e dagli Spagnoli. La porta subì danni considerevoli e fu riparata solo parzialmente.
Claudio Venosta, attivo protagonista della rivolta, è ricordato soprattutto per l’esecuzione del vicario Salis e di Marc’Antonio Venosta, responsabile in passato della morte del figlio di Claudio, Giuseppe. L’edificio, uno dei più pregevoli del borgo, ospitò in seguito i comandanti delle spedizioni francesi, il Marchese di Coeuvres (1624-25) e il Duca di Rohan (1635).
Il 1° maggio 1595, il parroco don Simone Cabasso accusò Calvino di misconoscere la divinità di Gesù, affermazione che dovette difendere in un processo che poteva comportare la pena capitale. L’11 settembre 1620, i ribelli suonarono il “campanone” della chiesa per radunare i Tiranesi sul cimitero, dove uno dei capi li incitò all’azione. Durante la sommossa, il sacrestano protestante fu ucciso davanti alla porta principale, nonostante gli inviti alla conversione.
Accanto alla chiesa, l’attuale Palazzo Quadrio Curzio ospitò alcuni giorni il pretore Giovanni Capaul, consegnatosi agli assalitori. Francesco Venosta, vice-pretore di Tirano durante la rivolta, giocò un ruolo autorevole anche negli anni successivi, come testimonia la consegna di una missiva sigillata di papa Paolo V, eseguita nel suo palazzo il 10 novembre 1620 dal governo rivoluzionario.
All’inizio del ‘500 Luigi Quadrio abitava in questo palazzo; proprietario del terreno dove il beato Mario avrebbe visto la Vergine, donò subito il fondo alla Fabbrica della Madonna e ne promosse la costruzione del santuario. La figlia Agnese sposò Azzo II Besta, nobile tellino, e due loro nipoti, Azzo IV e Carlo II, furono protagonisti della strage dei protestanti di Teglio il 19 luglio 1620, poche ore dopo gli eventi di Tirano. Agnese Quadrio fu ricordata da Ortensio Lando fra le donne più illustri della Lombardia per cultura e ospitalità.
All’epoca detta Piazza del Pretorio, dava anche il nome a una contrada. La mattina del 19 luglio 1620 qui furono esplosi quattro colpi d’archibugio, segnale dell’inizio della rivolta. Nelle ore successive la piazza si macchiò di sangue protestante. Sul lato orientale si affaccia oggi Palazzo Marinoni, rifacimento settecentesco della sede della scuola fondata nel 1654 da Giovan Battista Marinoni, benefattore cittadino. Marinoni è ricordato anche nelle cronache del Sacro Macello per aver ucciso, durante la strage, un popolano cattolico che tentava di impossessarsi della preziosa spada del pretore Capaul.
Situata tra Piazza Parravicini e Via Pisani, la chiesetta è dedicata “Al dolore di Maria” ed era in uso ai protestanti tra il 1557 e il 1617 circa. L’aspetto attuale risale al rifacimento della seconda metà del XVII secolo. La chiesa apparteneva alla famiglia Parravicini fino al 1898, per poi passare, per eredità, ai Merizzi.
Ludovico il Moro, signore di Milano dal 1480, nel 1492 ordinò la costruzione delle mura cittadine e del castello di Tirano, detto di Santa Maria, smantellato definitivamente al ritorno dei Grigioni nel 1639. Accanto alla torre castellana, il Castelàsc, sorgeva una chiesa dedicata alla Madonna, demolita per esigenze costruttive; una nuova chiesa fu edificata poco più a valle.
L’abitazione del cancelliere del podestà Gian Andrea Cattaneo divenne teatro della sua tragica morte. Ferito per strada, Cattaneo si rifugiò in casa, dove la moglie Maria Robustelli, nipote del cavaliere Robustelli e del dottor Francesco Venosta, cercò invano di salvarlo. Strappato dalle sue braccia, dopo un ultimo tentativo di fuga, fu trascinato in piazza e ucciso a bastonate.
Situata in Via Porta Milanese n. 25, era la dimora di Tito Pergola. Qui si rifugiarono in preghiera Antonio Basso, pastore nella Chiesa di Tirano, e Samuel Andreoscia, ex pastore di Mello, insieme ad alcune donne. Tuttavia i sicari irruppero facilmente nell’abitazione, costrinsero le donne a uscire e uccisero gli uomini, spegnendo così ogni speranza di salvezza.
Situata appena fuori dalla Porta di Santa Maria, vicino al castello, la chiesa era in uso ai riformati dal 1617. Qui predicava Antonio Basso, pastore della comunità tiranese, che fu brutalmente decapitato dagli assalitori e, per scherno, la sua testa fu esposta sul pulpito. Successivamente l’edificio fu riutilizzato dai cattolici e servì anche da sepoltura per molti appestati nel 1630. Nel corso dei decenni cadde in declino e, alla fine del Seicento, divenne inagibile; i materiali furono poi dispersi.